Educazione all’intercultura e alla società interculturale

01/06/2011 di Redazione
Educazione all’intercultura e alla società interculturale

All'indomani delle celebrazioni per il 150° dell'Unità d'Italia, si è resa necessaria e improrogabile nel nostro Paese una riflessione sul futuro della cittadinanza interculturale. L'inasprimento della crisi economica e fiscale dello stato, con tutte le ricadute di frammentazione e "ritiro" della società, e le nuove povertà che emergono con tutta la loro urgenza, hanno purtroppo alimentato un clima di diffidenza, di chiusura verso gli altri, che sfocia a volte in veri e propri sentimenti di intolleranza e odio irrazionali. Questi, incitati da una retorica della sicurezza e da discorsi demagogici che, dai media alla politica, additano il "diverso", lo "straniero" come causa di tutti i mali, si presentano come la risposta autoritaria e populista ai gravi episodi di criminalità che si verificano in società, spesso proprio a danno dei suoi componenti più deboli. Gli episodi di violenza più eclatanti di cui sono vittime i cittadini di origine straniera, non sono altro che il sintomo di un clima poco sereno che si vive nel Paese, dove estremismi e sentimenti razzisti e xenofobi sono essenzialmente la manifestazione di qualcosa di più profondo, l'espressione di paure differenti, alimentate tra l'altro dalla condizione di incertezza in cui le vite di molti italiani (e non) sono purtroppo cadute.

Prendere atto che i fenomeni migratori, ormai inarrestabili e con caratteristiche di stabilità, sono oggi una costante delle nostre società , significa anche interrogarsi su come garantire loro l'inserimento sociale e la piena partecipazione alla vita politica di un Paese. Non assimilazione, ma dialogo; non processi di integrazione unidirezionali, ma inclusivi, dinamici e valorizzanti le altre culture; non ostinata difesa delle identità, ma apertura agli altri e condivisione dei percorsi di evoluzione delle identità.

L'Italia, da questo punto di vista, risulta essere molto indietro, soprattutto sul piano legislativo, ma non è purtroppo la sola ad aver registrato una regressione. Anche Paesi europei di consolidata immigrazione come la Germania, la Francia o la Gran Bretagna, hanno proclamato la fine del multiculturalismo. La Francia, del resto, è nota per il suo modello assimilazionista, opposto rispetto a quello interculturale, e che, in nome di una difesa incondizionata della laicità dello Stato, nega la libera espressione dell'identità di ognuno, vietando alle giovani musulmane di indossare il velo a scuola e in altri luoghi pubblici. Allo stesso modo la Germania, in cui da anni domina la tipologia del lavoratore temporaneamente presente sul territorio, o l'Inghilterra, da tutti considerata il modello ideale di società multiculturale e multietnica, ma dove all'integrazione e alla convivenza di cittadini di diverse nazionalità, perfettamente inseriti nella vita economica e sociale e liberi di esprimere la propria identità, non sempre corrisponde una valorizzazione profonda della loro cultura e quasi sempre sono evidenziate le differenze di reddito.

Per questo, ci sembra fondamentale fare un salto di qualità e cominciare a pensare in termini di interculturalità e non più di multiculturalismo, troppo spesso usati come sinonimi in modo indifferente. È indispensabile per il futuro delle nostre società e della convivenza democratica, dotare i cittadini degli strumenti per vivere all'interno di uno spazio e di una cultura che evolvono senza sosta e che, necessariamente, non sono statici e immutabili. Per uscire da una logica etnocentrica, ed in particolare eurocentrica, sono necessari lo scambio e il confronto, la valorizzazione reciproca, perché anche la cultura dominante, non meno che quelle minoritarie, sia sollecitata ad una evoluzione interculturale.

La necessità di continuare ad interrogarci sulla possibilità di costruire una società interculturale, però, oggi richiede una premessa indispensabile, senza la quale nessun progresso è possibile: considerare i cittadini stranieri un patrimonio umano che è parte integrante della nostra società, oltre 5 milioni di persone che contribuiscono alla crescita sociale e culturale del nostro Paese, e non solo meramente economica (il nostro PIL) o demografica. È solo nella misura in cui il migrante verrà considerato una persona, e il suo bagaglio culturale un valore, che è pensabile uno sviluppo sul terreno dell'intercultura. È indispensabile partire dai bisogni formativi e culturali dei migranti, che spesso vengono invece sottovalutati in nome di una logica che mira a usarne la forza lavoro e a soddisfarne solo i bisogni essenziali e i diritti primari.

Per questo, c'è bisogno che tutta la società avanzi verso il mondo e che i servizi si riconfigurino in senso interculturale e che sia garantita formazione in questo senso a coloro che operano in ambito educativo, sociale, sanitario, etc.; creare figure professionali specializzate; fare ricerca e condurre sperimentazioni per poter introdurre elementi di innovazione.

Il nostro impegno per l'educazione all'intercultura e al dialogo interculturale si articola, essenzialmente, in tre diverse azioni:

-          Ricerca
-          Formazione
-          Sperimentazione

1. Ricerca

La ricerca-azione, che per FOCUS-Casa dei Diritti Sociali rappresenta una metodologia diffusa di lavoro, costituisce il fulcro anche di quest'area, con l'obiettivo di conoscere e condividere forma e sviluppi delle esperienze/interventi/progetti/servizi/pratiche interculturali portati avanti sia a livello interno dalle diverse sedi/gruppi di lavoro di cui si compone la federazione, sia da altri soggetti, tra cui innanzitutto le organizzazioni e associazioni costituite dalle comunità immigrate. Ci interessano e molto gli Istituti di istruzione e formazione e le esperienze istituzionalizzate o promosse da cattedre universitarie, biblioteche, istituti di cultura e accademie "straniere". Lo scopo è quello di analizzare metodologie e obiettivi delle azioni, per individuare le buone pratiche ma anche le criticità incontrate, oltre a indagare come tali interventi riescono, o provano, ad incidere su un determinato contesto territoriale o sociale, e con quali risultati. In questi anni difficili e complessi, soprattutto per lo stato dei diritti umani, nel nostro Paese e nel mondo, ci sembra quanto mai utile e opportuno analizzare le buone pratiche interculturali messe in atto, ma soprattutto riflettere insieme su cosa significa per noi oggi intercultura e società interculturale, purtroppo ancora troppo spesso confuse con forme di multiculturalismo o transculturalismo, se non, peggio, di folklorismo. Tale riflessione è la premessa indispensabile per qualsiasi sviluppo di attività future, che per noi hanno come contenuto indispensabile la valorizzazione, non banalizzata ma neanche esasperata, delle diverse identità culturali tutte in evoluzione e come obiettivo la costruzione di una società e di una cittadinanza pienamente interculturali, in cui tutti coloro che vivono e contribuiscono alla crescita non semplicemente demografica ed economica del nostro Paese, ma soprattutto culturale e umana, possano esercitare pienamente i loro diritti di cittadinanza.

Il nostro impegno prevederà anche la pubblicazione dei risultati delle nostre ricerche e delle nostre sperimentazioni, come contributo allo sviluppo e al consolidamento delle metodologie interculturali e alla riconoscibilità del paesaggio interculturale d'Italia.

 

2. Formazione

La scuola, oggi come non mai, deve raccogliere la sfida di valorizzare gli apporti culturali dei suoi alunni e delle loro famiglie (a partire dalla salvaguardia della lingua madre) ed educare al rispetto delle diversità culturali e alla promozione di una coscienza interculturale. L'obiettivo di fare dell'intercultura il nodo centrale sia dei metodi che dei contenuti educativi e sviluppare una didattica delle discipline che sia davvero interculturale, non può prescindere da un lavoro di formazione con i docenti e con il resto del personale della scuola. "Intercultura e cittadinanza nel 150° dell'Unità d'Italia", ad esempio, ha avuto l'intento di promuovere lo sviluppo, all'interno delle istituzioni scolastiche, di competenze culturali, pedagogiche e didattiche interculturali. Su questa scia, è necessario proseguire con programmi di formazione e aggiornamento del personale scolastico delle scuole di ogni ordine e grado, da affiancare agli interventi laboratoriali condotti direttamente con gli alunni. Laboratori che, come tratto caratterizzante della nostra metodologia, vengono condotti con l'intero gruppo classe, evitando in modo rigoroso interventi "differenziati". Si pensi, inoltre, a quale interessante piano di interventi si può aprire con l'insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, per la formazione e per la sperimentazione pedagogico-didattica, nelle scuole e con gli adulti.

Gli stessi obiettivi, e su materie evidentemente diverse, possono essere proposti in altri campi già oggettivamente investiti dal dialogo interculturale e dalla mediazione sociale interculturale come la salute, i servizi sociali, il mondo giudiziario e quello del turismo che, nonostante l'evidenza, sono ancora interessati, e proprio a Roma e nelle città d'arte e nelle aree naturalistiche più pregiate tra l'altro, da sottoculture inaccettabili.

 

3. Sperimentazione

È proprio dall'area "Intercultura e dialogo interculturale" che deve partire la sperimentazione degli interventi e delle pratiche più innovative, che vada oltre la realizzazione dei laboratori con gli alunni delle scuole. I laboratori, infatti, pur rappresentando un intervento fondamentale, non possono costituire il nostro unico metodo per contribuire allo sviluppo di una società interculturale. Per questo, vanno pensati e sperimentati nuovi interventi, e tale area tematica dovrà rappresentare in questo senso un laboratorio da cui far nascere idee e sperimentazione oltre che nei campi dell'istruzione e della formazione anche in quelli delle istituzioni, della comunicazione, dell'informazione, delle produzioni e dell'uso delle tecnologie digitali.

L'approccio interculturale, ad esempio, deve permeare anche quegli interventi che portiamo avanti nel Sud del mondo. Dai gemellaggi alla cooperazione allo sviluppo, possono tutti diventare piani in cui sperimentare forme di intervento sempre più incentrate sull'auto-sviluppo o co-sviluppo dei popoli e sulla crescita di consapevolezza e partecipazione, evitando non solo quegli approcci assistenzialistici, ormai largamente superati, ma soprattutto quelle forme che la cooperazione internazionale rischia di assumere, a volte troppo vicine ad un nuovo tipo di "dominio coloniale" (a questo proposito, tra l'altro, possiamo provare a lanciare una campagna con le comunità migranti su "Cosa è successo a 50 anni dalla fine del colonialismo?", cogliendo come occasione l'anniversario della "Dichiarazione sulla concessione dell'indipendenza ai paesi ed ai popoli coloniali" adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite). Non solo la dipendenza economica e culturale che creiamo, ma anche il modello di sviluppo che erroneamente vogliamo imporre ad altre popolazioni, rappresenta un approccio arrogante e diametralmente opposto rispetto a ciò che noi pensiamo sia l'intercultura. Il nostro modo di cooperare, ad esempio, vede la costruzione di una partnership con i Paesi del Mediterraneo, inclusi quindi quelli del Nord Africa e del Medio Oriente, come elemento indispensabile per un approccio integrato alla ormai intollerabile negazione dei diritti umani dei migranti, soprattutto in mare. In questo contesto va inquadrata la nostra campagna Primavera Mediterranea dei Diritti Umani, perché la stagione delle rivoluzioni possa aprire realmente una nuova fase storica di diritti, dignità, democrazia e partecipazione.