Sviluppo Locale

Mediazione sociale ed interventi in campo socio-educativo

01/06/2011 di Redazione
Sviluppo Locale

Lo sviluppo locale rappresenta un tema strategico per il ruolo che una federazione di organizzazioni di volontariato (e del terzo settore) come FOCUS - Casa dei Diritti Sociali può svolgere all'interno dell'attuale scenario politico-culturale e socio-economico.

Nel contesto dell'attuale crisi economico-finanziaria globale, in Italia, così come nel resto dell'Europa (e del Mediterraneo), si stanno ridisegnando i confini tra Stato e mercato e tra pubblico e privato, un processo di ridefinizione che sta avvenendo sotto la spinta della gravissima crisi fiscale degli Stati nazionali e di un processo di globalizzazione alimentato da un sistema finanziario speculativo. In questo quadro, è cresciuta una nuova fase di appropriazione privata di beni, aziende e servizi pubblici all'insegna dello slogan "meno Stato e più mercato" e che trova legittimazione nelle grandi banche, nei fondi di investimento, nel Fondo Monetario Internazionale e nelle ricette anticrisi imposte a Obama con il rifinanziamento del sistema bancario negli USA e nell'asse deflattivo franco-tedesco in Europa.

Insieme a questi mutamenti di "sistema" imposti dall'alto, però, si va sviluppando dal basso, dai territori, una cultura e un caleidoscopio di buone pratiche, animate da ONG, società civile, alcune poche agenzie internazionali e movimenti sociali/politici che reclamano "meno Stato, meno mercato e più società", cioè una formula imperniata sulla pratica, la metodologia e la cultura dei beni comuni. Si tratta di orientamenti che mirano a trasformare la statualità e il mercato con il passaggio da uno Stato monopolista delle funzioni riproduttive e della socialità ad uno Stato attivatore dell'iniziativa dei corpi sociali intermedi e delle autonomie locali. Uno Stato che sia effettivamente in grado di delegare poteri e responsabilità dal centro ai territori locali e dalla pubblica amministrazione ai corpi intermedi della società, cioè che accompagni i percorsi di costruzione di coalizioni locali per il bene comune che vedano come protagonisti le associazioni, i movimenti sociali, la cooperazione, le fondazioni e la filantropia, le imprese senza fini di lucro e le imprese private che operano in un'ottica di corporate social responsibility, incoraggiando risposte innovative ai bisogni e alle opportunità di sviluppo che siano meno dipendenti e imitative della globalizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi tre decenni e, quindi, più in linea con le caratteristiche dei territori e capaci di mobilitarne capacità e risorse.

Si tratta di un passaggio ancora tutto da costruire sul piano concreto, sicuramente non privo di incognite e di elementi di criticità, ma che al tempo stesso potrebbe dare un nuovo respiro alle comunità locali. Tra gli elementi di maggiore criticità si segnala la forte spinta che si cerca di imporre "dall'alto" di un passaggio ad un mercato che si appropri dei beni comuni e li gestisca in forma privata, anche quando i componenti del board sono pubblici, ovvero nominati in quota parte dai partiti.

In questo contesto, è intorno alle due aree tematiche del territorio e della nuova composizione sociale (collegata principalmente alla crisi del sistema diwelfarestatale, alla diffusione di forme di lavoro autonomo e di fare impresa ed ai processi di natura migratoria), che si gioca la prospettiva - e la capacità dei territori locali - di costruire percorsi di sviluppo locale e sistemi di welfare di comunità che risultino non solo più aderenti alle necessità (vecchie e nuove) dei cittadini (e, quindi, alle specificità sociali, economiche, culturali e professionali dei territori locali), ma che siano soprattutto promozionali, cioè in grado di innescare circuiti di cittadinanza "attiva", di giustizia sociale e benessere che permettano alla persona di arricchire e tutelare la propria autonomia e di partecipare alla vita della comunità in cui è inserita, arrivando così ad incrementare il livello di coesione/capitale/qualità sociale e di consapevolezza territoriale e, cioè, di una parte di quei beni immateriali che producono la convivenza civile e alimentano lo sviluppo e l'identità locale.

Pertanto, sistemi di piccola e media impresa e "beni comuni", mobilità territoriale e immigrazione, nuove povertà e precarietà esistenziali e lavorative, consumi e disintegrazione dei legami primari, flexicurity e livello di qualità della vita, fragilità psichiche e disagi sociali, tutela ambientale, agricoltura biologica ed energie rinnovabili sono alcuni dei temi che dovrebbero caratterizzare un approccio integrato allo sviluppo locale e, quindi, l'azione sui territori delle organizzazioni che stanno all'interno della rete della federazione Focus - Casa dei Diritti Sociali.

Nei prossimi anni, occorrerà lavorare (e molto) sui territori per costruire dei modelli di sviluppo locale e di welfare che abbiano come cardine un approccio di lavoro interistituzionale e che vedano la partecipazione aperta ed attiva del partenariato sociale, a cominciare dalle organizzazioni di volontariato e di tutte le espressioni organizzate di partecipazione civile e di solidarietà sociale, di auto-mutuo-aiuto e di reciprocità, nonché di risposte autonome, gratuite e "pubbliche" della comunità ai propri bisogni. Tenendo conto che nei prossimi anni, anche a seguito della progressiva implementazione "dall'alto" del federalismo fiscale, i differenziali territoriali (che già oggi sono piuttosto marcati tra Nord, Centro e Sud, ma anche tra aree metropolitane e il territorio diffuso del resto del Paese, come aree svantaggiate, montane, piccoli comuni, etc.), la dotazione quantitativa e qualitativa di cultura dello sviluppo locale, le expertise che favoriscono la governance dei processi socio-economici, conteranno sempre di più nel definire la qualità della vita e la competitività/attrattività dei contesti territoriali.

Asimmetrie che si manifestano anche nell'ambito delle politiche sociali: sia per quanto attiene al contesto urbanistico-demografico, sia per la dotazione economico-finanziaria, sia per quanto riguarda la dotazione di patrimonio strutturale, ma anche rispetto alla dotazione di capitale sociale, alla presenza di soggetti privati che operano all'interno del "mercato sociale", alla capacità del volontariato e del Terzo settore di esseresoggettualità pro-attive, cioè soggetti promotori di innovazione sociale, ma anche economica e politica.

Un sistema politico-sociale (il welfare statefordista, peraltro mai pienamente realizzato in Italia) sta arrivando al capolinea e bisogna costruirne uno nuovo. Ilwelfare statea dimensioneuniversalistica, costruito soprattutto nel corso della seconda metà del XX secolo, ha avuto come precursore il mutuo soccorso, le forme di auto-organizzazione sociale di orientamento mutualistico. Nel corso del '900 la dimensione della cura, intesa come pratica di reciprocità che rimanda al tema di una comunità in cui ci si prende carico di qualcuno prendendosi carico di se stessi, è stata sussunta pressoché completamente dalla dimensione dello Stato, che si è configurato come soggetto "pubblico" cui era demandato il compito di prendersi carico delle fragilità sociali attraverso il riconoscimento dei diritti sociali.

Oggi, in una fase in cui le risorse centrali/nazionali sono destinate a ridursi sempre più, se non si vuole il completo smantellamento di qualsiasi sistema di protezione sociale o una sua totale mercatizzazione e finanziarizzazione (attraverso l'outsourcing dei servizi al mondo profit), è forse il caso di ricominciare a pensare a forme di auto-organizzazione territoriale e sociale che facciano perno sul tessuto intermedio associativo e siano capaci di adattare, con flessibilità, i servizi ai bisogni dei cittadini-utenti e di coinvolgere una molteplicità di stakeholders presenti sul territorio. Pensare, cioè, ad iniziative che "dal basso" ripropongano in chiave moderna forme di mutualismo e di sussidiarietà capaci di produrre beni pubblici sottratti al monopolio della statualità, senza per questo essere ceduti alle logiche della mercatizzazione più spinta. Tra il rischio di una subalternità culturale ed organizzativa alla pubblica amministrazione e un'acritica adesione all'ideologia della privatizzazione dei servizi, vi è la concreta possibilità di cominciare ad affermare strategie di sviluppo locale e, quindi, di trasformazione delwelfareche pongano al centro il "pubblico" e l'autonomia delle pratiche sociali, la coesione sociale e la crescita della comunità, vale a dire che rivalutino i valori di riferimento del mutualismo di un tempo e dell'impresa sociale, così come è andata prendendo forma nel nostro Paese nel corso degli ultimi decenni.

Bisogna tornare a fare cultura del territorio come soggetto, un territorio che oggi troppo spesso è più visto ed interpretato come piattaforma (logistica, turistica, finanziaria, etc.) piuttosto che come soggetto, dove molto spesso la coesione sociale è ormai stata erosa e mancano, o sono deboli, i soggetti della società civile. I territori devono tornare ad investire su se stessi ed in particolare i giovani devono poter pensare di avere un futuro, di poterlo immaginare, progettare e vivere.

Organizzazioni di volontariato, cooperative, imprese sociali ed altre organizzazioni del Terzo Settore detengono oggi un capitale di conoscenze e saperi difficilmente eguagliato da altre tipologie di attori e, anche grazie a scelte coraggiose, sono giunte a rappresentare uno dei principali agenti di modernizzazione. Si tratta, infatti, di una galassia di soggetti che per ragioni strutturali possiedono una ben più elevata capacità di adattamento ai contesti locali rispetto alle ipertrofiche strutture pubbliche nazionali, e per loro natura sono capaci di indicare una direzione altra rispetto a quella del processo di omologazione del sistema di tutele realizzatosi nella seconda metà del secolo scorso.

Bisogna ricostruire forme democratiche, mature, partecipate e libertarie di neo-comunitarismo, capaci di rendere accogliente e solidale il territorio locale. Si possono anche costruire reti che vanno oltre il locale, che lo collegano in modo positivo alle opportunità della globalizzazione, favorendo un'integrazione costruttiva tra risorse locali e risorse globali.

Il volontariato potrà avere un ruolo molto importante in questo processo, ma dovrebbe potenziare la sua capacità di lettura del territorio, dei suoi bisogni e dell'insieme delle sue priorità e migliorare quella di fare alleanze/dialogare in modo costruttivo, efficace ed autorevole con altri soggetti del Terzo Settore, delle istituzioni, ma anche del mondo delle professioni delle "comunità di cura" (specie con quelle che oggi, in qualche modo, pur resistendo, sono messe in discussione, come quelle pedagogiche, mediche, giuridiche, psichiatriche, dell'assistenza sociale, etc.) e del mondo delle imprese delle "comunità operose" neoborghesi, a cominciare da quelle imprese che dichiarano di operare in un'ottica diresponsabilità sociale.

Oggi, "fare società" in una logica di sviluppo locale significa attrezzarla di un tessuto intermedio di attori capaci o intenzionati sia ad interconnettere flussi e luoghi, sia ad instaurare più alta coesione sociale e più qualificate forme di convivenza. Per svolgere efficacemente questi ruoli le organizzazioni di volontariato - in gran parte di piccole dimensioni, cronicamente a corto di risorse, seppure con un fortissimo radicamento nei territori locali - devono innanzitutto imparare a coordinarsi, confrontarsi e "fare rete" (tematica e/o territoriale) e "sistema territoriale" in modo da arrivare ad esprimere posizioni e proposte condivise e a costruire vere e proprie coalizioni territoriali tra le tante e diverse energie sociali, culturali, economico-finanziarie ed istituzionali che esistono nei territori locali per affrontare e risolvere le questioni sociali, presidiando il territorio, attuando servizi, garantendo il buon funzionamento delle istituzioni, valorizzando ed estendendo le sperimentazioni, le sollecitazioni e le buone pratiche che la società stessa si dà.